Grenke Chess Open 2026: dentro il torneo più grande del mondo

Diario di viaggio di Massimo Maffioli

285’000 € di montepremi, 58’528 pezzi, 3’658 giocatori, 218 svizzeri, 56 nazioni… e tre ticinesi.
Solo a scorrere i numeri dell’edizione 2026 del Grenke Chess Open viene la pelle d’oca. Non stupisce che loro, modestamente, si presentino come il “biggest chess tournament in the world!”.

Quando, verso fine gennaio, Giacomo Zecirovic – a sua volta stuzzicato da Francesco Tedone – mi lanciò l’idea di andare a Karlsruhe per questo grande evento, la accolsi con un misto di curiosità e leggerezza, senza davvero crederci fino in fondo. L’idea rimase sospesa per settimane, come un pezzo indeciso sulla scacchiera, anche perché tra impegni personali e lavorativi l’organizzazione sembrava più un’ipotesi che un piano concreto. Poi, a inizio marzo, abbiamo fatto quello che si fa sempre in questi casi: abbiamo smesso di pensarci e ci siamo iscritti. In quattro e quattr’otto.

Costretti entrambi a saltare il primo turno del giovedì per ragioni diverse, il viaggio stesso finì per assumere i contorni di una piccola odissea. Tra coincidenze mancate e guasti tecnici, dopo oltre sette ore di treno arrivai a Karlsruhe solo a mezzanotte e mezza. Giacomo, partito più tardi in auto, raggiunse la “città a ventaglio” (Fächerstadt) alle 2:30 di notte.

Il mattino seguente varcammo finalmente le porte della Schwarzwaldhalle e l’immagine che ci si presentò davanti aveva qualcosa di impressionante e, per certi versi, intimidatorio: una distesa quasi infinita di tavoli e scacchiere in legno, ordinate come un esercito silenzioso pronto alla battaglia.

Trovato il nostro posto, alla scacchiera numero 400 e rotti (!) dell’Open A, cominciava ufficialmente il nostro torneo.

Ogni turno veniva aperto da musica a tutto volume, che riempiva la sala per poi dissolversi bruscamente in un silenzio quasi irreale all’annuncio “Runde frei”. Restava solamente un brusio di fondo composto da migliaia di microcosmi: lo sfiorare nervoso dei pezzi sulle scacchiere, il click degli orologi digitali premuti, il fruscio dei vestiti di chi si sporgeva in avanti per calcolare una variante, il cigolio delle sedie che si spostavano di qualche centimetro, i passi misurati di chi si alzava per guardare la posizione da una nuova prospettiva.

Tra le migliaia di scacchiere si riconoscevano anche alcuni grandi nomi della scena internazionale che non necessitano presentazioni: Carlsen, Nepomniachtchi, Aronian, Niemann, Keymer, Duda, Abdusattorov, Vachier-Lagrave… e moltissimi altri ancora. Vederli giocare da vicino faceva un effetto particolare: da un lato sembravano irraggiungibili, quasi figure mitologiche; dall’altro, osservati a pochi metri, restavano sorprendentemente umani, immersi negli stessi silenzi, nelle stesse attese e negli stessi rituali di tutti noi.

In parallelo, si sviluppava il mondo degli streamer: giocatrici e giocatori di ogni categoria e provenienza che avevano trasformato il torneo in una trasmissione continua. Smartphone fissati tra pezzi e orologi, powerbank sempre collegati per non rischiare di interrompere la diretta nel momento sbagliato, e luci ad anello che illuminavano le scacchiere come piccoli set improvvisati. Ogni partita non era più solo una partita, ma anche contenuto, racconto, spettacolo.

Parlando di risultati, il torneo si è rivelato fin da subito quello che promettevano i numeri: duro, lungo e incredibilmente equilibrato. Due turni al giorno, ritmo serrato e pochissimo spazio per rifiatare. In un contesto del genere, ogni dettaglio contava. Bastava una piccola esitazione, un calcolo lasciato a metà o una valutazione imprecisa per trasformare una posizione giocabile in una situazione irreparabile. Spesso, più che le grandi mosse, erano proprio le incertezze minime a decidere il risultato finale. Più il torneo avanzava, più la fatica mentale e quella fisica sembravano alimentarsi a vicenda.

Per quanto mi riguarda, non sono mai riuscito a capitalizzare le opportunità che si sono presentate. In più di una partita ho raggiunto posizioni promettenti, ma ogni esitazione è stata puntualmente punita. Col passare dei turni, questo ha finito per generare un circolo negativo difficile da spezzare. Il torneo si è così chiuso in modo amaro, nelle parti basse della classifica, molto lontano da quello che avrebbe potuto essere.

Giacomo, invece, ha interpretato il torneo con grande solidità. Ha chiuso con 4.5 punti su 8, ma il dato numerico racconta solo in parte il suo percorso: alcune vittorie sono state particolarmente brillanti e spettacolari, ottenute con cinismo e sangue freddo, anche contro avversari più quotati. Nel complesso ha confermato la crescita e la stabilità che sta costruendo da tempo, mostrando una maturità competitiva sempre più evidente.

Nell’Open B, Francesco ha vissuto un torneo dai due volti. Un avvio complicato, con mezzo punto nelle prime tre partite contro avversari sulla carta meno quotati, sembrava averlo messo in difficoltà. Ma la reazione è stata netta: nelle restanti sei partite ha raccolto 5.5 punti, ribaltando completamente l’inerzia del torneo e chiudendo con un risultato decisamente positivo.

Il Grenke Chess Open resta, per tutti noi, un’esperienza memorabile. Non è soltanto un torneo, ma una vera e propria immersione totale nel mondo degli scacchi, capace di lasciare addosso una stanchezza profonda e, allo stesso tempo, una voglia immediata di ricominciare. A renderlo così speciale non sono solo le partite, ma anche tutto ciò che gli ruota attorno: dal continuo pellegrinaggio di giocatori che, finita la propria partita, si riversavano davanti ai tavoli dei big come fossero concerti improvvisati, fino ai corridoi pieni di analisi, racconti e finali rivissuti mossa dopo mossa.

E allora la domanda finale viene quasi naturale: tornare l’anno prossimo?
Una risposta affermativa non è da escludere. Perché al di là del risultato resta la sensazione rara di aver vissuto qualcosa di unico: un luogo in cui migliaia di persone parlano la stessa lingua fatta di mosse, idee, tensione e bellezza. E una volta respirata quell’atmosfera, è difficile non volerla vivere di nuovo.

1 commento

  1. Chino

    👏👏👏
    Applausi per la decisione di partecipare (più importante dei risultati, come sosteneva Pierre de Coubertin) e per la prosa. Un’esperienza che merita di essere pubblicata (corredata da foto) sulla Rivista Tre Valli.
    Un cordiale saluto. Chino

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